“Forti bevitrici e molto belle da vedere”. Ritratto semiserio della donna etrusca

Vi parlo di una donna a cui non possiamo offrire un caffè, né fare interviste. L’ho scelta perché era istruita, vestiva alla moda, poteva ereditare le fortune paterne e perché in società ricopriva lo stesso ruolo del compagno. L’ho scelta perché, in fondo, un poco ci assomiglia.

Il vivace spirito critico-pettegolo era di gran voga anche nell’età antica, soprattutto se l’oggetto della questione erano i costumi delle donne etrusche: fanciulle bellissime, stando a quanto riferiscono fonti certe, e con una passione per il divertimento godereccio. 

Correvano i primi decenni del 300 a.C. quando il maledicentissimus Teopompo, greco, storico ed erudito, racconta di donne discinte che si ubriacavano, mostravano le proprie nudità davanti agli uomini e, abbonda di particolari sentimentali Tito Livio, “senza arrossire”. Avevano un ruolo importante in società e non venivano rinchiuse nel gineceo al pari delle contemporanee elleniche, né temevano l’invadente pratica acclarante dello ius osculi subito dalle uxores latine. In questa civiltà perduta e penetrata da un oriente erudito che l’ha assorbita, vivevano donne che potevano conferire il matronimico ai figli, che partecipavano alle corse delle bighe insieme ai mariti e che erano a capo di interi clan familiari: mogli, madri e nonne celebrate come creature vivaci e fertili.

Museo Archeologico di Firenze, urna cineraria, coperchio, II secolo a.C.

La bellezza delle nostre antenate è percepibile nelle verdi sinuosità dell’Etruria, nei vitigni che tappezzano questo nostro territorio amato in tutto il mondo, le loro risate alticce si avvertono nell’abbondanza dei vitigni e nella solarità del grano inondato dal sole di giugno.

Se da una parte gli studiosi ritengono inaccettabile e talvolta sopravvalutata la libertà di costumi delle donne etrusche, dall’altra siamo di fronte a figure sufficientemente emancipate, da farci sentire orgogliose di un passato pre-italico che non trova confronto comportamentale nel mondo antico. I loro nomi e le formule dedicatorie venivano incise su oggetti di destinazione muliebre facenti parte dei corredi, tra cui erano presenti i rocchetti, testimonianza della pratica dell’arte della tessitura e di lavorazione di fibre di origine naturale quali lana e lino.

Con ogni probabilità, il detto secondo cui al fianco di un grande uomo c’è sempre una grande donna nasce parafrasando Livio (Ab urbe condita – I, 39), il quale narra un episodio esemplificativo di quello che stiamo raccontando. La sacerdotessa Tanaquilla rivela l’auspicio, etrusco more, di quanto sia giusto l’arrivo del marito Lucumone a Roma, che diventerà infatti il futuro Re Tarquinio Prisco. 

Le doti divinatorie di una donna la rendono quindi una figura che racchiudeva in sé la sacralità della famiglia e della vita quotidiana. Tra gli archeologi che oggi studiano queste donne c’è chi trova passione nell’”annusare la storia” e che ha provato scientificamente che la donna dell’Italia antica usava esaltare il proprio fascino attraverso l’uso di essenze contenute in bellissimi esemplari di alambicchi trovati in zone necropolari:

Museo Archeologico di Firenze, Brocchetta attica e spillone d'oro, rinvenuta a Chianciano Terme, Necropoli della Pedata, 450-440 a.C.

«Le tombe etrusche arcaiche hanno restituito decine e decine di aryballoi e alabastra proto-corinzi e corinzi. L’affezione verso questo tipo di prodotto era tale che presto anche in Etruria si avvierà una produzione di ceramica commercializzata e distribuita in tutto il mediterraneo, che aveva negli unguentari la punta di diamante»
(Paola di Silvio)
Aryballoi, Populonia (LI), Poggio della Porcareccia, Tomba dei Flabelli, VII - I metà del VI secolo a.C.

A questo punto la domanda è spontanea: che odore aveva la scia di profumo delle donne etrusche? Di fiori, di natura olfattiva splendente ma anche di semplicità. Tra gli odori preferiti c’era l’Iris; sappiamo, grazie alla Naturalis Historia di Plinio, che Corinto era famosa per questo profumo. Teofrasto ci informa che era ottenuto attraverso l’essiccazione quinquennale del rizoma di Iris, lasciato poi macerare a freddo in olio. Infine, l’Iris è un fiore che cresce copiosissimo in Toscana e che viene coltivato per tradizione. L’iris florentina, il giglio o il giaggiolo, è il simbolo stilizzato di Firenze, emblema di una civiltà antichissima, mostrato con grazia e possenza dal Marzocco.

Firenze, Piazza della Signoria, copia di Marzocco di Donatello
Ph. Credits: FlorenceCity - Rivista Fiorentina

Elegante e disinvolta, detentrice della sacralità del clan familiare e materialista in modo raffinato, il ritratto della donna etrusca non è soltanto la narrazione di una parte di un universo affascinante, ma è un racconto che si arricchisce dell’analisi molecolare di un passato remoto e di archeologia dell’evanescente.

Alàbastra (portaprofumi) etrusco-corinzio, Populonia (LI), Poggio della Porcareccia, Tomba dei Flabelli, VII - prima metà del VI secolo a.C.

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